30 Lug 2010  14:06

   
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MARCHIO di... QUALITA' LINGUISTICA

L'Italianometro ha risposto positivamente alle tue pagine html in italiano?
Puoi fregiare gratuitamente la tua pagina del Marchio di Qualitą Linguistica 100% ITALIANO
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L'ITALIANOMETRO
Le pagine italiane di un determinato sito, magari di una istituzione italiana, sono in italiano?
Scoprilo con l'
ITALIANOMETRO, il nostro analizzatore di pagine html, al momento in via sperimentale, che offre la possibilitą di misurare il grado di fedeltą di una pagina web alla lingua italiana, rendendo disponibile in modo chiaro ed immediato una scheda contenente la percentuale effettiva di parole in lingua italiana e la percentuale di forestierismi presenti nel testo, mentre, attraverso il nostro Dizionario, si ha la possibilitą di rintracciare i traducenti italiani pił adatti per sostituire i forestierismi ed avere un sito centopercentoitaliano.
Tutto in italiano
Qui il dizionario di termini stranieri con le traduzioni giuste o proposte in lingua italiana.
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San Valentino/Basta con 'I love you',parliamo d'amore in italiano
NotiziePiccola guida per non sentirsi 'cool' ma 'alla moda'

Roma, 13 feb. (Apcom) - Italiano lingua dell'amore: musicale, dolce e romantica, è la lingua italiana quella preferita per dire 'ti amo'. Per San Valentino la Agostini Associati dice basta agli anglicismi, da 'I love you' a 'kiss' alla cena 'cheek to cheek' per finire con le atmosfere 'lounge' e lancia una guida per innamorarsi, e parlare d'amore, in italiano al suono dei 'baci', delle cene 'guancia a guancia', di un 'ti amo' sussurrato all'orecchio. Si chiama 'codice itanglese', ossia "la lingua italiana usata in certi contesti e ambienti, caratterizzata da un ricorso frequente e arbitrario a termini e locuzioni inglesi": secondo la guida è accettabile inserire un termine o locuzione inglese in un contenuto in italiano se il termine inglese è entrato nel dizionario italiano di Hoepli o Zanichelli, se non è disponibile una corrispondente possibile traduzione, anche tramite uno o più sinonimi, se il termine o la frase è anche un marchio registrato, o un nome proprio in inglese, uno slogan pubblicitario di un prodotto o ha una traduzione in italiano ambigua. Non è, invece, accettabile inserire un termine inglese in tutti gli altri casi, soprattutto quando quello 'ok' ci fa sentire più 'moderni', quello 'skill' più preparati, il 'trend' più cosmopoliti, il 'cool' più divertenti. Il peso percentuale della somma di tutti i termini o locuzioni inglesi usati all'interno di un contenuto in lingua italiana è superiore al 5% del totale: decisamente troppo, se si considera che nel 2010 in Italia vengono usati in media da ogni italiano appena 2mila parole del nostro vastissimo dizionario.

FONTE: http://www.apcom.net/newscronaca/20100213_185201_23f7538_82691.html

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«Cats» e «Il pianeta proibito» ora il musical parla italiano
NotizieMilano - L'esordio trionfale di Cats made in Italy, il grande ritorno al futuro di Aggiungi un posto a tavola con Johnny Dorelli alla regia e il figlio Gianluca Guidi in scena, lo spettacolo nuovo di zecca di una veterana come Lorella Cuccarini (Il pianeta proibito), il debutto della versione italiana di La bella e la bestia; la replica del kolossal cento per cento tricolore (Pinocchio) e l'ennesima tournée della versione italiana di Grease (che comincia in marzo). E ancora: Hairspray adattato da Massimo Romeo Piparo (che ha già firmato Jesus Christ Superstar, Tommy e My Fair Lady) con Stefano Masciarelli; quello di Pippi Calzelunghe supervisionato da Gigi Proietti; Robin Hood con Manuel Frattini (che sul palcoscenico è già stato Pinocchio e Peter Pan); la seconda stagione di Poveri ma belli (musiche di Gianni Togni, regia di Massimo Ranieri)...
Insomma, il musical parla anzi, canta, sempre più italiano. Innanzitutto grazie alle grandi produzioni, come quelle della Compagnia della Rancia, che quest'anno ha presentato la versione nostrana di Cats e che verso la fine degli anni Novanta, con Grease, aveva puntato su un genere che da noi non sembrava avere grande futuro e aveva rilanciato con successo realizzando Dance!, Pinocchio, Bulli e pupe, Cantando sotto la pioggia... E quelle della Stage Entertainment, che nel 1999 ha iniziato l'attività con l'intento dichiarato di portare Broadway in Europa e che ha realizzato le versioni olandesi, spagnole, tedesche, francesi, russe e naturalmente italiane de Il fantasma dell'opera, Dirty Dancing, Evita, Il re leone e l'ultima arrivata La bella e la bestia.
Ma il musical parla sempre più italiano soprattutto grazie al pubblico che fa la coda ai botteghini degli spettacoli dal vivo, per biglietti che a volte sono tutt'altro che economici, mostrando di essere sensibile al fascino della narrazione rappresentata «in carne e ossa» che unisce canto, coreografia e azione. E che in molti casi è capace di emozionare adulti e bambini. Quando si dice che in tempi di crisi la gente va a teatro probabilmente si intende dire che lo fanno le famiglie...
Le tre grandi novità della stagione, quelle che con i loro successi stanno determinando la rinascita del musical italofono sono Cats che ha superato le cento repliche, Il pianeta proibito e La bella e la bestia.
Nel primo (regia di Saverio Marconi, coreografie di Daniel Ezralow, costumi di Enrico Coveri, che è stato l'unico «adattatore» straniero ad avere carta bianca dai titolari americani) si esibiscono senza risparmiarsi, accompagnati da un'orchestra di venti musicisti, ventidue scatenati cantanti-ballerini-acrobati che celebrano, da gatti magici, una misteriosa e toccante festa. A fronte di una prevendita subito sold out, a Milano hanno dovuto aggiungere uno spettacolo pomeridiano supplementare. E d'altra parte è il musical dei record mondiali.
Il secondo, con la Cuccarini, Attilio Fontana, Pietro Pignatelli e i ragazzi di X Factor, è la versione italiana di quel musical inglese che una ventina d'anni fa, frullando in uno scenario fantascientifico citazioni shakespeariane, effetti speciali e cover degli anni Sessanta e Settanta, aveva vinto l'Olivier Award. Dopo Roma (fino a oggi) sarà a Milano, Torino, Firenze... per terminare la tournée a Bari il 21 aprile.
La bella e la bestia, musical chiuso a malincuore dalla Disney (dopo 13 anni e 5.000 repliche solo a New York) per lanciare il nuovo show La sirenetta, ha debuttato a Milano in ottobre con Arianna-Belle e Michel Altieri-Bestia. Dopo oltre 150mila biglietti venduti, ormai si prenota già per aprile.
Ma non ci sono solo i grandi spettacoli, che non tutti i teatri possono ospitare, ma anche quelli cosiddetti minori, che possono essere rappresentati in provincia. Come il cabaret che strizza l'occhio al Quartetto Cetra di Oblivision Show (regia di Gioele Dix), il dramma con musiche La strada da Fellini, il superclassico Il libro della giungla (con la collaborazione di Vince Tempera) e il nostalgico 80 voglia di 80 (la colonna sonora dell'ormai giurassico edonismo reganiano). E sono le produzioni alternative a farsi strada, alimentando anch'esse il successo del musical nostrano con il tam tam mediatico. Come l'adattamento della storia politicamente scorretta di Avenue Q (in italiano Avenue Q - Via della Sfiga), che nel 2003 in pochi mesi è passata dai locali d'avanguardia a Broadway e che in Italia alla sua prima stagione ha portato i suoi pupazzi irriverenti in un tour iniziato in ottobre a Bologna che si concluderà ad Assisi in marzo.

FONTE: http://www.ilgiornale.it/spettacoli/cats_e_il_pianeta_proibito_ora_musical_parla_italiano/14-02-2010/articolo-id=421778-page=1-comments=1

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I RAGAZZI DISLESSICI E LE LINGUE STRANIERE
NotizieAdattare l'insegnamento della lingua per la presenza di dislessici in classe non significa limitare i contenuti ma piuttosto utilizzare strategie diverse che, pur mirate al soddisfacimento delle esigenze degli studenti linguisticamente più deboli, potenziano le abilità di tutto il gruppo classe.
Per procedere alla identificazione delle strategie più efficaci è necessario tenere presente che molti studenti potenzialmente dislessici non sono diagnosticati ma semplicemente etichettati come distratti, pigri o svogliati e che questo disordine si manifesta in alunni con un grado di intelligenza spesso superiore alla norma in aree diverse da quella linguistica. Va ricordato che le differenze tra una persona dislessica ed una non dislessica si manifestano principalmente nell'apprendimento dell'abilità della lettura e della scrittura e che tali differenze non sono particolarmente visibili; infine l'invisibilità del problema può essere acuita dalle caratteristiche fonologiche dell'italiano.
Considerando la situazione nel nostro paese, è molto importante leggere e valutare i diversi suggerimenti dei ricercatori di altri paesi, in particolare di lingua inglese, ed adattare tali idee alle concrete e diverse necessità degli studenti che incontriamo nella realtà delle nostre classi. Ricordiamo che, ad esempio, nei paesi di lingua inglese l'incidenza di dislessici è di quasi il venti per cento della popolazione e le difficoltà che gli studenti anglofoni incontrano già nella lingua madre sono marcate.

Negli Stati Uniti la ricerca sulla dislessia si è sviluppata partendo proprio dalla constatazione che un elevato numero di studenti universitari, brillanti in tutte le discipline, sembravano incapaci di apprendere una lingua straniera. L'incongruità della situazione portò i ricercatori alla constatazione che molti studenti, classificati come disabili, avevano semplicemente difficoltà di lettura, un deficit esclusivamente limitato all'area della elaborazione fonologica che è il segno della carenza di una coscienza della struttura sonora delle parole. Gli studi sistematici condotti nei decenni successivi hanno portato i ricercatori americani alla conclusione che gli studenti con deboli abilità nella lingua madre ottengono risultati scadenti nella lingua straniera a causa delle scarse abilità espressive, fonologiche ed ortografiche nella lingua madre e già dagli anni '90 veniva consigliato un approccio all'insegnamento della lingua straniera che fornisse un'istruzione diretta dei sistemi fonologici, ortografici e sintattici della nuova lingua per compensare tali carenze già presenti nella lingua madre. L'approccio multisensoriale strutturato in maniera sequenziale utilizzato per insegnare le lingue straniere (la lettura e la scrittura in particolare) nei paesi anglosassoni ha dato risultati molto soddisfacenti poiché, confrontando i dati relativi a vari gruppi esposti ad approcci differenti, coloro che avevano fruito di quello multisensoriale ne avevano beneficiato fortemente conseguendo risultati di gran lunga superiori a quelli di studenti che avevano seguito corsi tradizionali. I progressi realizzati nell'apprendimento della lingua straniera dagli studenti a rischio grazie ad un'istruzione mirata erano visibili e riflessi anche nella lingua madre e si riscontrava un atteggiamento positivo nei confronti della lingua straniera.
Anna Chiarenza - Vittoria Coniglione

FONTE: http://rossellagrenci.wordpress.com/2010/02/12/i-ragazzi-dislessici-e-le-lingue-straniere/

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Arcangeli: «Se perdiamo le parole perdiamo le idee»
NotizieIl direttore dell'Osservatorio sulla lingua sui rischi della povertà lessicale

Non è puntiglio formale fine a se stesso: a non prendere sul serio le parole, ci vanno di mezzo anche i contenuti, persino della politica. Questo, semplificandolo all'osso, è il pensiero del linguista Massimo Arcangeli, preoccupato per l'impoverimento lessicale del nostro linguaggio. Lui, professore ordinario a Cagliari e direttore dell'Osservatorio sulla lingua italiana, insieme alla casa editrice Zanichelli è tra i primi sostenitori dell'iniziativa che si batte per salvare i vocaboli italiani a rischio estinzione.Il depauperamento lessicale può avere ricadute sulla politica?
Nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica c'è stata una semplificazione del linguaggio politico e i politici dagli anni '90 in poi si sono avvicinati di più ai cittadini. La semplificazione però, specialmente in politica, corre il pericolo di diventare semplicismo, negli ultimi anni soprattutto. È un inganno sottile, perché quando non si affrontano argomenti politici con la dovuta complessità e quando li si affida, dall'una e dall'altra parte, all'efficacia di uno slogan, il rischio è che sfuggano le sfumature, con il risultato di una falsata contrapposizione manichea tra le idee.Dunque, il "Rem tene verba sequentur" (se possiedi l'argomento le parole verranno da sé) degli antichi non è del tutto esatto...
Non proprio. È d'altronde piuttosto chiaro a tutti che spesso i media non favoriscono la democrazia linguistica, che dovrebbe far sì che il pensiero arrivi forte e chiaro in ogni suo snodo complesso. Penso, per esempio, alla televisione, i cui tempi rapidi costringono perlopiù gli stessi politici a ridurre drasticamente, a mo' di pillole verbali, un ragionamento che poi a chi lo ascolta arriva in un modo ovviamente contorto, o in forma di slogan, che per sua stessa natura si presta a tutta una serie di fraintendimenti. E poi via le reciproche sciabolate che conosciamo bene e certo non favoriscono un'efficace comunicazione reale.C'è un responsabile di questo impoverimento di vocabolario?
Parlerei, piuttosto, di corresponsabilità, perché responsabili lo siamo un po' tutti. Di conseguenza,ciascuno di noi potrebbe fare qualcosa: dovremmo, per esempio, recuperare anche dal punto di vista della produzione verbale quello che i latini definivano otium e che scaturisce dalla capacità di assimilare lentamente ciò che si legge e si ascolta, trovando il tempo per lasciarlo sedimentare. Se tutti ci fermassimo a riflettere un po' di più su ciò che ci accade quotidianamente - non necessariamente questioni politiche - e cercassimo di esprimerci con maggiore precisione e pacatezza, già sarebbe importante. Comunque, i primi a doversi impegnare a non semplificare troppo il messaggio sono innanzitutto i mezzi di comunicazione di massa, che dovrebbero cercare di non veicolare un'informazione, innanzitutto politica, troppo rapida e superficiale, ed evitare la concentrazione eccessiva del messaggio. Un ruolo molto importante, poi, l'hanno anche l'editoria, la scuola media inferiore e superire e l'università.Certi test linguistici somministrati agli studenti danno risultati avvilenti. Hanno un po' di colpe anche i ragazzi?
I giovani non vanno criminalizzati. I test sono innanzitutto cartina di tornasole a uso e consumo delle scuole: perché sono queste, l'università inclusa, che dovrebbero interrogarsi sui loro ragazzi, con responsabilità. I problemi della lingua non possono essere imputati ai codici espressivi utilizzati dalle nuove generazioni: una comunicazione verbale giovanile esiste da tutto il '900 e i giovani sono giustamente consapevoli di avere a disposizione uno strumento agile, che evidentemente risponde anche a caratteristiche di rapidità e informalità. Quello che è importante è che la scuola insegni ai ragazzi l'esistenza di usi linguistici differenti, funzionali al contesto, e conseguentemente la capacità di utilizzare i registri adeguati.L'evoluzione linguistica è un processo fisiologico: possiamo fare qualcosa per far sì che avvenga nel modo più corretto possibile?
Sì. Per esempio, impegnandoci affinché la progressiva semplificazione linguistica che nell'ultima ventina d'anni sta riguardando le lingue romanze non diventi semplicismo. A cominciare dal recupero delle parole della nostra lingua: non i termini desueti, ma quelli importanti, che esprimono la nostra cultura e racchiudono le nostre radici. Sono quelli che i ragazzi devono tornare a utilizzare. Quando ci serviamo di una comunicazione spicciola, che passa per l'utilizzo di 2-3mila parole, perdiamo tante nostre componenti, non solo linguistiche, ma anche storiche, tradizionali, letterarie.E come?
Per esempio dalla casa editrice Zanichelli è stato indetto, per i ragazzi di elementari e medie, il concorso Salva Parola, per spronarli a utilizzare un lessico che magari non ricordano nemmeno più, aiutandoli a contestualizzarlo.Vuole farci un esempio di parola senza la quale la comunicazione sarebbe definitivamente più povera?
Il vocabolo abominio, per esempio. È una parola forte, importante, scomoda alle volte. Da salvare assolutamente. Troppo spesso i giovani non la ricordano, e con lei rischiano di cadere nel dimenticatoio anche tutti i dolorosi elementi storici che le sono connessi. Ecco, le parole da salvare sono quelle che esprimono un pensiero che deve essere preservato, per motivi storico-culturali prima ancora che cognitivi. Vocaboli che si collegano a universi semantici che riflettono segmenti della nostra storia individuale e collettiva che non possiamo fare scomparire.12 febbraio 2010

di Cecilia Moretti

FONTE: http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=4198&Cat=1&I=immagini/Foto%20A-C/arcang_int.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=Cultura&Codi_Cate_Arti=28&Page=1

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Boom di dialetti sul Web
NotizieRicerca Bocconi Trovato&Partners

«Parla come mangi»: se un tempo era un «invito» a non tirarsela e a non utilizzare termini e frasi affettate per darsi un tono. Oggi la stessa espressione ha un nuovo significato: è la parola d'ordine per riscoprire le radici della cultura della propria terra, la propria storia e le peculiarità del territorio in cui si è nati o si vive. È quasi un appello a riscoprire le «lingue locali», tanto che anche i linguisti concordano sulla necessità di non disperdere il patrimonio della «differenza linguistica», e per i dialetti e per le lingue. Si tratta infatti di una ricchezza culturale e storica (57%), un legame con il territorio e con le proprie radici (48%), ma anche un sinonimo di identità (41%).

E a questo appello sembra rispondere il media «globale» per eccellenza: il web, dove sono centinaia di migliaia i siti e milioni le pagine dedicate proprio alle mille lingue locali italiane: a dominare la Sicilia, con oltre 2 milioni di siti e pagine dedicate al siciliano, seguita dal calabrese e dal toscano, ma non c'è una regione o una città che non «produca» siti dedicati al proprio dialetto. Ecco allora che si moltiplicano i «dizionari» italiano-dialetto, i corsi di dialetto on line, le pagine web decate ad aforismi, poesie, letteratura e detti, rigorosamente «in lingua locale».

È quanto emerge da uno studio promosso da Bocconi Trovato & Partners attraverso il monitoraggio e l'analisi del web per individuare la presenza di siti dedicati ai diversi dialetti, la loro tipologia e i contenuti più presenti. Sono inoltre stati intervistati 70 linguisti, docenti universitari di Lingua italiana e sociologi sull'importanza della salvaguardia dei dialetti.

«Spessissimo si sentono allarmi per l'impoverimento della lingua italiana e per la sovrabbondanza di termini stranieri che sono ormai entrati a far parte dell'uso comune - sottolinea Saro Trovato, presidente di Bocconi Trovato&Partners - Allo stesso tempo però le ultime generazioni hanno visto una perdita di un importante patrimonio culturale, quello dei dialetti legati alle diverse zone d'Italia, un fenomeno allarmante se si pensa che le diverse lingue locali sono legate alla tradizione e al territorio e con esse si rischia di perdere parte della propria identità, come sottolineano i linguisti intervistati. Il loro non è certo un appello a disconoscere l'uso dell'italiano in favore dei dialetti, ma di non perdere una parte così importante della nostra cultura, proprio in un momento dove la territorialità viene associata in tutto il mondo alla qualità».

Proprio mentre l' utilizzo del dialetto in certe regioni sta scomparendo, il dibattito si fa sempre più vivo, basti pensare alle polemiche sulla proposta di rendere obbligatorie le lezioni di dialetto a scuola e quelle sull'eccessiva presenza di romanesco sulla Tv pubblica, l'ultima delle quali ha visto protagonista la Lega, che ha aspramente criticato il fatto che nella fiction su Papa Giovanni XXIII, il pontefice interpretato da Massimo Ghini, invece di esprimersi con la cadenza bergamasca legata alla sua nascita, parlava in romanesco.

Polemiche a parte quella delle lingue «locali» e del rischio legato alla loro scomparsa è un allarme quanto mai serio: secondo i linguisti oggi sulla Terra si parlano infatti 5.500 idiomi diversi, senza contare i dialetti, i gerghi o le lingue sacre, ma ogni anno 235 lingue «si estinguono» irrimediabilmente, così come i diversi dialetti stanno andando scomparendo, non solo non vengono utilizzati, ma non vengono nemmeno più «tramandati». Ecco allora che «bisogna salvaguardare una fonte d'acqua limpida» come il poeta Tonino Guerra definisce il romagnolo e le parlate locali.

Ma a ritenere importante salvare dall'oblio le lingue regionali tra gli esperti sono in molti, ben 6 intervistati su 10. Il 45%, infatti, si dice convinto dell'importanza di preservare i diversi dialetti regionali, sempre meno conosciuti dalle nuove generazioni, cresciute con la Tv. Addirittura il 19% sostiene che non solo si devono preservare, ma vanno tenute in vita. Ovvero bisogna trasmetterle e insegnarle ai giovani, proprio come si fa con l'inglese, il francese o il tedesco.

Naturalmente non tutti si trovano concordi (23%), ritenendo che sia molto più importante puntare tutte le energie sul salvataggio e sul rilancio della lingua italiana, magari concentrandosi, come sta facendo il Presidente Sarkozy, per diminuire l'influenza e l'utilizzo di termini stranieri, che sostituiscono sempre di più l'utilizzo del francese. Ma per quale motivo, secondo gli esperti andrebbe preservato il patrimonio legato alle lingue locali? I dialetti, per gli esperti della lingua e per i sociologi rappresentano una ricchezza culturale e storica (57%) e sono l'espressione di un legame con il territorio e con le proprie radici (48%).

Ma i dialetti sono anche un sinonimo di identità (41%) e sono una traccia tangibile dello sviluppo culturale di un Paese. Al di à delle ragioni prettamente accademiche, il dialetto è un elemento rilevante anche nella conservazione delle tradizioni (46%) e il modo di tramandare la cosiddetta «saggezza popolare», che costituisce un ponte tra generazioni diverse (39%). Ma per gli esperti intervistati la conservazione del dialetto costituisce anche un modo per opporsi ad un'eccessiva globalizzazione, conservando le peculiarità di un territorio, cosa che per l'Italia è ormai diventata sinonimo di qualità in tutto il Mondo (52%).

C'è anche chi ritiene che il dialetto rappresenti uno strumento più espressivo rispetto alla lingua italiana, perchè legato ad evocazioni ed emozioni più profonde, legate al territorio e alla sua storia (35%). I motivi insomma non sono certo «politici», di divisione tra italiani delle diverse regioni, ma proprio di arricchimento del patrimonio culturale comune.

Che il desiderio dunque di mantenere vivo il dialetto e di impedire che venga dimenticato è diffuso lo dimostra lo strumento di comunicazione più moderno che ci sia: Internet. Proprio il luogo della comunicazione globale, dell'inglese come lingua universale, infatti, sembra essersi assunto il compito di conservare e diffondere la conoscenza del dialetto.

Basta infatti digitare «dialetto» sui principali motori di ricerca per trovarsi di fronte a milioni di siti e pagine web, tanto che fare una sorta di classifica dei più presenti è veramente complesso: non si tratta esclusivamente quelli regionali, ma di quelli legati alle singole città e territori.

In generale, però, solo considerando le «lingue regionali» nel loro complesso, a guidare la classifica sembra essere la Sicilia: digitando «dialetto siciliano» sui motori di ricerca appaiono più di 2 milioni e 200 mila siti, mentre il secondo gradino del podio spetta alla Calabria (oltre 1 milione e 600 mila tra siti e pagine dedicate al «dialetto calabrese»), seguita dalla Toscana («dialetto toscano» con più di 1 milione e 400 mila siti«).

Ma anche altri dialetti sono super presenti: 1 milione e 350 mila per il »dialetto piemontese«, oltre 600 mila per il »dialetto sardo«, 800 mila per il campano e se a quello regionale si aggiunge quello del capoluogo di regione i numeri diventano ancora più astronomici, basta vedere che se a »dialetto laziale« si aggiunge il »romanesco«, si arriva a quota 1 milione 500 mila siti e pagine web, così come se a »dialetto lombardo« si aggiunge »milanese« si arriva a superare 1 milione e 200 mila siti e pagine dedicate. E per quanto riguarda i contenuti? Moltissimi i siti che riportano detti e proverbi delle diverse zone d'Italia (presenti nel 65% dei siti e delle pagine web dedicate ai diversi dialetti).

Nel 53% sono presenti le parole e frasi più comuni, ma anche le filastrocche (44%) e canzoni della tradizione, sia quelle popolari, legate al passato che quelle attuali, ma rigorosamente in dialetto (39%). Sono moltissimi i siti dove sono presenti saggi o trattati (32%), ma anche corsi di dialetto (29%). Non mancano naturalmente i siti che raccolgono parolacce ed espressioni volgari (23%), ma anche dei veri e propri dizionari on line con la traduzione dei termini dialettali in italiano e viceversa (27%).

FONTE: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=7230&ID_sezione=38&sezione=News

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Tuteliamo la lingua italiana
NotizieBerna - Pur essendo una delle lingue ufficiali della Confederazione elvetica, l'italiano fatica a godere di un'uguaglianza completa, e gli italofoni, in non pochi casi, devono esprimersi in tedesco o in francese. Affrontare la questione linguistica in Svizzera è affare complesso perché sono tanti gli aspetti da valutare e certi dati, come quelli relativi agli svizzeri che usano l'italiano come prima lingua, vanno letti con attenzione, per evitare di offrire un quadro che non rispecchi la realtà. Dello stato di salute della lingua di Dante Alighieri in Svizzera parliamo, con l'intervista che segue, con Bruno Moretti, professore ordinario di linguistica italiana all'Università di Berna e condirettore dell'Istituto di Lingua e Letteratura italiana.

Prof. Moretti, lo status di lingua ufficiale della Confederazione elvetica garantisce effettivamente alla lingua italiana - secondo lei - pari dignità rispetto a quella tedesca e a quella francese?
Da un punto di vista giuridico non ho dubbi che la lingua italiana in Svizzera sia - potenzialmente - ben tutelata. I problemi nascono in primo luogo dall'applicazione, che di solito si scontra oggettivamente con l'ostacolo dei costi. Basti pensare, per fare solo un esempio banale, a quanti siti internet di istituzioni o eventi finanziati dalla Confederazione - come i Politecnici federali, ma anche musei, mostre, ecc. - non hanno pagine in italiano. Oppure si potrebbe pensare anche alla mancanza della traduzione simultanea nelle Camere federali, che costringe i politici italofoni a esprimersi in tedesco o francese. In questi casi di problemi legati ai costi, non è realistico richiedere un'uguaglianza completa e quindi si tratta di valutare quali sono gli investimenti più importanti per garantire la parità di trattamento e di opportunità dei cittadini e per garantire alla lingua italiana il valore anche simbolico che essa deve avere. Un altro aspetto che crea differenze tra la teoria - lo statuto ufficiale della lingua - e la pratica, è quello direttamente legato al maggiore peso economico e demografico delle altre due lingue nazionali principali, per cui è ovvio che ci siano in Svizzera lingue che è più importante sapere e altre meno. Questi aspetti non potranno mai essere controbilanciati in modo completo e serio dalle leggi, perché richiederebbero un investimento troppo grande di risorse con un guadagno che tutto sommato resterebbe moderato.

Sembra che in Svizzera, in questi ultimi anni, la lingua italiana stia subendo una fase di ridimensionamento. E' così?
Dobbiamo innanzitutto tener presente il quadro demografico, che ci dice che l'italiano in Svizzera nel 1970 era la lingua dell'11.9% della popolazione totale, mentre nel 2000 lo era solo del 6.5%. Quindi abbiamo avuto un notevole calo demografico, che però è la conseguenza della crescita impressionante che la lingua italiana ha avuto come conseguenza dell'immigrazione. Se torniamo a verificare le cifre precedenti la grande immigrazione, vediamo che la percentuale nel 1950 era del 5.9% e da decenni la percentuale dei cittadini di nazionalità svizzera che dichiarano l'italiano come lingua principale è stabile attorno al 4%. Allo stesso modo, negli anni Ottanta l'Italia e l'italiano hanno goduto in Svizzera di un grande prestigio, e questo tipo di prestigio è simile ai fenomeni di moda che si muovono ciclicamente: ad una fase di popolarità segue indubbiamente una fase di calo di interesse. Ma anche qui possiamo dire di avere a che fare con le conseguenze di un periodo notevolmente positivo che si è riassestato su valori più 'normali'. Su questi fenomeni si è poi innestata la discussione relativa alla politica linguistica nella scuola pubblica, con la spinta ad anticipare l'insegnamento della prima lingua straniera e, da parte di alcuni, ad assegnare questa posizione all'inglese. Ciò ha ovviamente evidenziato la posizione dell'italiano come terza lingua nazionale. In breve, possiamo dire che la posizione attuale dell'italiano è la conseguenza di fattori oggettivi - il calo demografico, ecc. - che sono stati incrementati da una loro interpretazione in chiave decisamente negativa e che si sono scontrati con pressioni verso una riduzione dei costi.

Nella Svizzera tedesca l'italiano è ancora - e in che misura - una lingua franca tra i lavoratori stranieri di diversa nazionalità?
Intuitivamente, e sulla base di indagini sporadiche, sembrerebbe logico dire che l'uso come lingua franca dell'italiano sia diminuito e stia diminuendo, ma non è possibile dimenticare che previsioni di questo tipo sono già state fatte negli anni Settanta, per essere smentite da studi fatti un decennio dopo. E' chiaro che le reti comunicative in cui si inseriscono attualmente i nuovi immigrati non italofoni non conoscono più una così densa presenza di italiani come nel passato e quindi spesso la lingua di contatto diventa la lingua del luogo. Non va però dimenticato che per molti immigrati, in primo luogo spagnoli e portoghesi, ma anche immigrati da altri paesi che conoscano già una lingua romanza - com'è il caso per molti africani - l'italiano continua ad essere una lingua molto più facile del tedesco.

Secondo lei, come si può spiegare la volontà di sopprimere delle cattedre di italianistica in alcune università svizzere?
L'origine del problema va ricercata in primo luogo non nell'italiano, ma nella pianificazione universitaria, nella quale da una visione innanzitutto culturale dell'università (almeno nelle materie umanistiche), si è passati ad una visione 'aziendalistica' basata su principi di produttività che mettono in difficoltà le materie 'piccole'. Lo scopo primario quindi è stato quello di riorganizzare almeno parzialmente le università per ridurre i costi - tant'è vero che non è stato colpito solo l'italiano - e quando si è trattato di valutare quali materie sopprimere, si è proceduto secondo un criterio che non teneva conto di aspetti politici e culturali e l'italiano, che come abbiamo detto in precedenza, si trovava in una fase di calo relativo, è stato individuato come un settore di possibile risparmio.

Le problematiche che ruotano intorno alla tutela della lingua italiana in Svizzera sono - a suo avviso - di esclusiva competenza dei ticinesi e del Governo di Berna, oppure - e in che misura - è auspicabile che anche in Italia la politica e le istituzioni culturali seguano questo dibattito?
Da un punto di vista politico, la tutela della lingua italiana in Svizzera è compito delle istituzioni svizzere, dato che si tratta di una lingua nazionale e ufficiale di questo Paese. E' d'altra parte nell'interesse dell'Italia seguire il dibattito e offrire, se possibile, il proprio contributo, dato che il fatto che l'italiano non sia la lingua di una sola nazione va a vantaggio pure dell'Italia stessa.

Lei è per la "purezza" della lingua italiana oppure considera un arricchimento certi termini - soprattutto di derivazione anglosassone - utilizzati ogni giorno dai giornali e dalla gente comune?
Già Melchiorre Cesarotti nel suo Saggio sulla filosofia delle lingue, pubblicato nel 1800, aveva scritto: "Nessuna lingua è pura". Questa osservazione è indubbiamente vera e rende evidente l'assurdità del purismo più categorico. Il problema non è però quello del tutto o niente ma quello della misura, e qui notoriamente i pareri possono divergere notevolmente. Sarebbe bello se si potesse distinguere tra anglicismi utili - i cosiddetti 'prestiti di necessità' - e anglicismi inutili, ma non è così facile farlo e non ci resta che affidarci al buon senso e cercare di evitare i comportamenti più ridicoli e servili verso l'inglese, senza d'altra parte dimenticare che da sempre i prestiti hanno arricchito le lingue e una lingua che non accoglie prestiti è una lingua morta.

Giovani e adolescenti comunicano tra loro utilizzando "nuove" forme di scrittura, spesso anche sgrammaticate (si pensi ai messaggi sui telefonini o tramite internet). E' una comunicazione che va "accolta" perché "così deve andare" oppure genitori, educatori e insegnanti sono chiamati a porre un freno a questo nuovo modo di esprimersi?
Anche in questo caso, come nel caso del purismo, non ha senso lottare contro i mulini a vento, perché non riusciremmo ad opporci a questi tipi di comunicazione che hanno una loro posizione assestata. Il tipo di lingua che viene utilizzata in questi casi è funzionale ai mezzi di comunicazione e al rapporto sociale tra coloro che se ne servono (e per certi aspetti è anche una manifestazione della creatività linguistica ed un esercizio di comunicazione in più: non va dimenticato che questi mezzi di comunicazione hanno intensificato il rapporto di molti giovani con la scrittura). La cosa più importante è però che i giovani, e non solo loro, siano consapevoli che ciò che va bene per le nuove forme di scrittura non va bene in una lettera formale o in un tema scolastico e che abbiano quindi la capacità di variare a seconda dei contesti, dei mezzi, degli interlocutori, ecc., mostrando di possedere una piena competenza dei registri linguistici e una coscienza della norma.

Gli autori svizzeri di lingua italiana non sono molto conosciuti nel Bel Paese... Lei come se lo spiega?
Credo che studiosi di letteratura lo potrebbero spiegare molto meglio di me, ma, con l'ingenuità del non specialista, tenterei una spiegazione mediante un paradosso: "il confine conta e il confine non conta". Affermando che "il confine conta" penso a possibili cause economiche-sociali, come per esempio la preferenza di scrittori della Svizzera italiana a pubblicare presso editori della loro regione - anche per ragioni di praticità -, che magari non hanno una grande diffusione in Italia, o alla difficoltà maggiore di chi non abita a Roma, Milano o Firenze ad entrare in contatto con il mondo letterario italiano. Affermando che "il confine non conta", penso al fatto che la Svizzera italiana ha una dimensione demografica comparabile a quella di una singola regione dell'Italia e quindi appartiene sì ad un'altra nazione, ma il suo potenziale è relativamente limitato. Credo ci siano regioni d'Italia con un numero più ridotto di scrittori 'conosciuti' di quello della Svizzera italiana.

Ultima domanda: chi è l'autore svizzero di lingua italiana che predilige?
Qui risponderei decisamente che "il confine non conta", evitando di indicare preferenze.

(a cura di Carlo Silvano)

FONTE: http://carlosilvano.blogspot.com/2010/02/tuteliamo-la-lingua-italiana.html

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Italiano : lingua internazionale di serie C
Per entrare nelle migliori università del mondo, soprattutto per intraprendere un master, esistono dei requisiti ben specifici.
Tra questi, il primo di cui preoccuparsi è il test di lingua.

Tutte le maggiori lingue del mondo hanno una forma di test di lingua standardizzato.
Tutti gli stati proiettati verso l'importazione di risorse umane dall'estero hanno un sistema di valutazione delll'apprendimento della lingua da persone non native che vogliono entrare nel mondo accademico o lavorativo del paese.

Cinese (漢語水平考試), Inglese (TOEFL, IELTS), Tedesco (Deutsches Sprachdiplom Stufe I and II), Giapponese (JLPT), Coreano (KLPT, TOPIK), Portoghese (CELPE), Spagnolo (DELE).

Sorpresa sorpresa, tra questi non c'è l'Italia.
Il nostro paese non ha un sistema standard per valutare l'apprendimento dell'italiano come seconda lingua.
Il che significa che non c'è nemmeno un metodo di insegnamento standard.
Il motivo? Perchè avere un sistema standard, controllato, equo, implicherebbe la creazione di Centri di Cultura italiana seri, e non semplici posti dove impiegare gli amici degli amici.
Perchè avere un certificato vero vorrebe dire che la Dante Alighieri dovrebbe chiudere i battenti.

FONTE: http://matteospigolon.wordpress.com/2010/02/03/italiano-lingua-internazionale-di-serie-c/

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SAN VALENTINO: LINGUISTI, STOP A 'ITANGLESE' INNAMORIAMOCI IN ITALIANO
NotizieSAN VALENTINO: LINGUISTI, STOP A 'ITANGLESE' INNAMORIAMOCI IN ITALIANO

(ASCA) - Roma, 3 feb - San Valentino rilancia l'italiano, da sempre la lingua dell'Amore in tutto il mondo. Basta con i ''I Love You'', i ''Kiss'', le cene romantiche ''Cheek to cheek'' in quel ''Lounge Food Restaurant molto Fashion''.

Quest'anno innamoriamoci nuovamente della nostra lingua italiana e limitiamo il crescente fenomeno dell'Itanglese con il ''Codice Itanglese'', piccole regole per arginare l'avanzata esponenziale degli anglicismi.

E' la provocazione della Agostini Associati, agenzia di traduzione italiana che ''maneggia'' milioni di parole ogni anno e che vuole ridare luce e splendore alla nostra lingua con il ''Codice Itanglese'' breve guida accompagnata da un marchio creato ad hoc che ha l'obiettivo di aiutare tutti i comunicatori (specialmente quelli che parlano ad un vasto pubblico o che svolgono un ruolo di educatori) a dosare in ''modo piu' equilibrato'' l'avanzata degli anglicismi.

Il dizionario Hoepli definisce ''Itanglese'' come ''la lingua italiana usata in certi contesti e ambienti, caratterizzata da un ricorso frequente e arbitrario a termini e locuzioni inglesi''. E' un fatto oggettivo l'aumento esponenziale di parole inglesi nella lingua italiana (orale e scritta) e nessuno ad oggi ha definito dei criteri semplici per capire quando cio' sia opportuno e giustificato.

Secondo il Codice, pero', e accettabile inserire un termine o locuzione inglese in un contenuto in italiano (scritto o parlato) solo quando: ''Il termine inglese e' entrato nel dizionario italiano di Hoepli e/o Zanichelli.

Non e' disponibile una corrispondente possibile traduzione, ne' e' possibile rendere il concetto usando uno o piu' sinonimi. Il termine o frase e' anche un marchio registrato, o un nome proprio in inglese. Il termine o frase inglese e' lo slogan pubblicitario predominante di un prodotto/servizio internazionale, mantenuto in inglese in tutti i paesi di presenza del prodotto/servizio. Il termine ha una traduzione in italiano ambigua ed e' contenuto in un messaggio in lingua Italiana destinato a persone non italiane (esempio: lettera aziendale in italiano destinata a colleghi di filiali estere non italiani)''.

Per farla breve, il peso percentuale della somma di tutti i termini o locuzioni inglesi usati all'interno di un contenuto in lingua italiana non deve in nessun caso essere superiore al 5% del totale.

''Per San Valentino 2010 - esortano dunque i linguisti - non consumatevi alla ricerca di frasi d'amore in inglese ma re-innamoratevi della lingua piu' romantica al mondo, l'italiano! Se c'e' una dote riconosciuta proprio all'italiano da chiunque, anglofoni compresi, e' il suo romanticismo!''.

FONTE: http://www.asca.it/news-SAN_VALENTINO__LINGUISTI__STOP_A__ITANGLESE__INNAMORIAMOCI_IN_ITALIANO-891362-ORA-.html

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La lingua italiana e le ore tagliate
NotizieLa lingua italiana e le ore tagliate

Concordo in pieno con gli interventi di quei docenti, che in questi giorni su vari quotidiani hanno criticato i tagli previsti nella riforma alle ore di Storia e Geografia, evidenziando i rischi di un ulteriore impoverimento culturale. Da parte mia vorrei far rilevare un altro elemento di criticità presente nel progetto di riforma: di fronte al grave processo di deverbalizzazione che coinvolge sempre più diffusamente le nuove generazioni, non solo finora non sono stati presi provvedimenti per correre ai ripari, ma addirittura nei quadri orari dei nuovi licei viene nel complesso eroso lo spazio dedicato all'educazione linguistica.

Questo rischia di avvenire anche nel Liceo Classico, in contraddizione con quella che dovrebbe essere la naturale vocazione di questo corso di studi; devo constatare infatti che anche nelle ultime bozze orarie uscite su Internet viene purtroppo confermata la decurtazione di due ore di Italiano al biennio: francamente non mi sembra accettabile in generale, ma in modo particolare in un Liceo Classico, che possa essere ridotto lo spazio per lo studio della nostra lingua, in un momento in cui tutte le statistiche dimostrano quanto invece ci sarebbe bisogno di un suo rilancio.

Sono intervenuto più volte nel sito dell'INDIRE in cui si sta discutendo della riforma e mi avevano lasciato ben sperare alcuni interventi del prof. M. Bruschi, presidente della "Cabina di Regia" voluta dal Ministero, nei quali egli aveva concordato sulla necessità di un rafforzamento dell'insegnamento della lingua italiana, anche in relazione al primo ciclo di istruzione: l'incoerenza mi sembra evidente.

Il fatto è che le decisioni operative nell'ambito di questa riforma vengono prese in un quadro di drastica riduzione oraria, volta esclusivamente al contenimento di una spesa evidentemente ritenuta, in modo assai miope, improduttiva; o forse, al di là delle dichiarazioni di facciata, si vuole veramente portare a termine quel progetto di scuola per formare docili clienti, privi di senso critico e di strumenti di interpretazione ed espressione, che a suo tempo con grande lucidità aveva denunciato Lucio Russo nel libro "Segmenti e bastoncini".

Prof. Lodovico Guerrini
Liceo Classico "Piccolomini" - Siena

(29 gennaio 2010)

FONTE: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=89424&sez=HOME_MAIL

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Alle medie l'Inglese potenziato anche sei nei moduli non c'č
Notizie

Alle medie l'Inglese potenziato anche se nei moduli non c'è

Il ministero conferma: cinque ore settimanali di lingua
anziché 3 di inglese e 2 di altro idioma comunitario

IL ministero conferma anche per il prossimo anno lo studio "potenziato" dell'Inglese alla scuola media. Vengono definite "ipotesi infondate" quelle di alcuni organi di stampa, tra cui Repubblica.it, che hanno supposto una marcia indietro dell'esecutivo sulla possibilità delle famiglie di optare per il cosiddetto Inglese potenziato: 5 ore settimanali di lingua Inglese, anziché 3 di Inglese e 2 di seconda lingua comunitaria. Nulla di tutto ciò: l'Inglese potenziato ci sarà. Anche se nei moduli di iscrizione per l'anno scolastico 2010/2011 non se ne fa menzione e per evitare confusione le scuole saranno costrette nei prossimi giorni a produrre modelli più chiari.

I dubbi erano venuti a tantissimi dirigenti scolastici e addetti alle segreterie che leggendo la circolare sulle iscrizioni del 15 gennaio scorso non hanno trovato alcun esplicito riferimento sull'organizzazione dell'insegnamento delle lingue straniere. Mentre l'anno scorso, nell'analogo modulo di iscrizione alla scuola media diffuso dal viale Trastevere, compariva con chiarezza la seguente dizione: "In sostituzione delle seconda lingua comunitaria e subordinatamente all'esistenza delle condizioni di organico e organizzative della scuola può essere chiesto "l'inglese potenziato".

Ipotesi che il ministero fu costretto ad accantonare perché, nel frattempo, il Tar Lazio aveva sospeso l'applicazione della disposizione su richiesta di alcuni insegnanti di altre lingue straniere e di un gruppo di genitori. Ma che adesso, per la prima volta in assoluto, torna ad essere possibile. "La recente circolare ministeriale sulle iscrizioni per l'a. s. 2010/2011 - spiegano dal ministero - rimanda al Regolamento per il primo ciclo d'istruzione che prevede, per la scuola media, che 'a richiesta delle famiglie e compatibilmente con le disponibilità di organico e l'assenza di esubero dei docenti della seconda lingua comunitaria, è introdotto l'insegnamento dell'inglese potenziato anche utilizzando le 2 ore di insegnamento della seconda lingua comunitaria o i margini di autonomia previsti". "Dunque - concludono - in presenza delle condizioni previste, le richieste delle famiglie di ottenere l'insegnamento d'inglese potenziato, presentate in sede d'iscrizione, potranno essere soddisfatte".

SALVO INTRAVAIA
19 gennaio 2010

FONTE: La Repubblica

http://www.repubblica.it/scuola/2010/01/19/news/inglese_scuola_media-2005300/

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Crediti Dipartimento Centopercentoitaliano