Le particolari novità nel dizionario Zanichelli 2007. Trentasei terminiusati da anni da milioni di persone che hanno cambiato accezione Da "quote rosa" a "secolo breve"vecchie parole per nuovi significati' La mossa del cavallo: dagli scacchi al linguaggio comune. Il mondo racchiuso nelle parole. E, soprattutto, le parole che sono in grado di descrivere i cambiamenti della nostra società, sempre più veloci. E così accanto a neologismi e anglismi, la nuova edizione del dizionario della Zanichelli indica alcune vecchie parole che hanno ormai esteso il loro significato. Finendo spesso per cambiarlo Sono 36, secondo il più diffuso vocabolario della lingua italiana. Da "albergo diffuso", a "quota rosa" sono spesso usate per indicare cose diverse da quelle per cui da molti anni milioni di italiani le hanno usate. Ma andiamo con ordine, vedendo alcuni dei principali nuovi significati. Per la parola "archeologia" il dizionario aggiunge l'accezione "archeologia virtuale", ovvero "ricostruzione mediante tecniche digitali di zone o ambienti di interesse archeologico", e quella "archeologia preventiva", che descrive un insieme di attività volte all'individuazione di reperti archeologici da salvaguardare in un luogo dove sarà aperto un cantiere. "Catena migratoria", cioè il fenomeno per cui un immigrato fa arrivare nel Paese di immigrazione parenti e amici, è l'accezione che si aggiunge al termine "migratorio". Così come con "bingo" entra "fare bingo" (nel senso figurato di avere un colpo di fortuna, raggiungere un obiettivo insperato) e con "tombola" entra "fare tombola" (riempire per primo una cartella e con il significato figurato di avere un colpo di fortuna, ottenere un risultato insperato).<!--OAS_RICH('Middle');//--><!--/inserto-->C'è poi la "mossa del cavallo", un modo di dire entrato nel comune linguaggio politico ma anche in quello letterario. Il vocabolario lo registra all'interno della parola "cavallo", specificando che non è solo uno spostamento a elle di questo pezzo sulla scacchiera ma anche, dal punto di vista figurato, di una iniziativa abile e inattesa, che permette di liberarsi da un impedimento o di uscire da una situazione critica. E, ancora: da "gay" deriva "Gay pride", l'orgoglio di essere omosessuale, e per senso esteso una manifestazione organizzata per attestare pubblicamente la propria omosessualità. Del "secolo" si segnala la variante colta ma entrata anche questa nel comune linguaggio storico-giornalistico di "secolo breve", che dal libro dello storico inglese Eric Hobsbawm è divenuto orami sinonimo di XX secolo. "Performativo" viene arricchito da "arti performative", consistenti in esibizioni artistiche, quali la danza, la recitazione, il canto e simili. Sotto "maglia" si può leggere l'accezione "ritirare la maglia", che in alcuni sport a squadre equivale a non dare a nessun altro la maglia con lo stesso numero di un giocatore di grande prestigio che si è ritirato. "Quota" aggiunge "quota rosa", che nel linguaggio politico indica in una lista elettorale o in un organismo dirigente il numero di posti riservati alle donne in base a percentuali prestabilite. E sempre dal linguaggio politico arriva l'accezione di "padano" per ricordare che movimento della Lega Nord indica con questo termine qualcosa di relativo all'Italia settentrionale. (19 novembre 2006)
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 Linguisti in allarme
Povero Italiano, umiliato e offeso nella bufera delle intercettazioni.
Al telefono si parla troppo e male. La bufera delle intercettazioni scatenatasi nelle ultime settimane ha confermato che la cornetta e il cellulare hanno il potere di abbassare negli interlocutori i freni inibitori. Risultato: tra le molte vittime fatte dalle intercettazioni, la più illustre di tutte è il vocabolario. A lanciare l'allarme sono stati i sociologi e i linguisti del Cnr, che denunciano un imbarbarimento del linguaggio senza precedenti. "Lo spettacolo al quale stiamo assistendo in questi giorni - ha commentato il sociologo Franco Ferrarotti - è il frutto della cultura di massa introdotta dalla televisione, spesso arrivata ancora prima dell'alfabeto. E il telefono non fa altro che amplificare l'impoverimento delle parole, a cui sempre corrisponde una perdita di valori". Se poco meno di due secoli fa Alessandro Manzoni si preoccupava di "risciacquare i panni in Arno" per rendere la lingua dei ‘Promessi Sposi' perfettamente pura dal punto di vista stilistico, oggi, assicura Valeria Della Valle, docente di linguistica italiana all'università La Sapienza di Roma "turpiloquio e slang giovanile sono caratteri comuni del linguaggio medio di ogni ceto sociale". Il vocabolario che emerge dalle intercettazioni - rileva la studiosa - dimostra una progressiva liberazione da ogni forma di censura etica. Ciò che più colpisce naturalmente - osserva la docente, che con Salvatore Adamo coordina l'Osservatorio neologico della lingua italiana del Cnr - è che questa trivialità di espressioni, specie quelle rivolte alle donne, siano appannaggio di personaggi dallo status elevato e che dovrebbero godere di un livello culturale superiore. Ma si tratta di un fenomeno comune proprio poiché riguarda i codici formali della comunicazione, a cui tutti coloro che entrano in contatto bene o male finiscono per uniformarsi". Della Valle sottolinea la progressiva perdita della funzione trasgressiva che prima avevano le cosiddette parolacce, che non hanno più alcuna valenza di ‘rottura' e, anzi, oggi servono per ‘legare', per fare gruppo, per infrangere le barriere sociali. Sulle peculiarità del dialogo telefonico insiste anche Ferrarotti, che in una conversazione con l'agenzia AdnKronos ha sottolineato come sia proprio "l'assenza fisica dell'altro che stimola la perdita dei freni inibitori e, pertanto, la volgarità d'espressione". "L'imbarbarimento del linguaggio - osserva - è un fenomeno nato all'estero, in Europa e soprattutto in America. In questo senso celebre fu l'episodio del presidente Richard Nixon, che destò un vero e proprio scandalo negli Usa poco prima delle dimissioni per alcune registrazioni di sue conversazioni di una trivialità inusitata". "Mi aspettavo - confessa il sociologo - che in Italia ci fosse una maggiore resistenza, vista la secolare tradizione umanistica di cui si fregia. Il problema, invece, è nato subito dopo l'ultima guerra mondiale, negli anni Cinquanta, quando il nostro Paese si è trasformato, con il boom economico, in una nazione caratterizzata da consumo e produzione di massa". "Quel che è certo - conclude il sociologo - è che viviamo nella civiltà dell' ‘eccesso', compreso quello delle parole al telefono. A mio avviso, ad alcune situazioni al limite si dovrebbe soltanto alludere. Anche perché occorre stimolare la fantasia. E' l'unica risorsa che può salvarci". (Da La Nazione, 26/6/2006).
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 Friuli, il dialetto arriva in Consiglio regionale La giunta Illy inserisce il friulano tra le lingue ammesse nelle sedute dell'assemblea, oltre a italiano, tedesco e sloveno. La Repubblica, p. 24, 2 febbraio 2006 TRIESTE - Da ieri nel Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia si parla anche in friulano. Oltre che in italiano, sloveno e tedesco. La decisione è stata assunta dall'assemblea su proposta di Intesa democratica, la coalizione di centrosinistra che ha portato Riccardo Illy alla presidenza. «Nello Statuto abbiamo previsto la possibilità per gli eletti di esprimersi nelle lingue presenti e riconosciute sul territorio: l'italiano, il tedesco, lo sloveno e, naturalmente, il friulano» spiega il presidente del consiglio locale, il diessino AlessandroTesini, che ieri ha aperto per la prima volta la seduta proprio in dialetto. E ha spiegato: «Nessuno può darci lezioni di europeismo o di modernità. Per noi potersi esprimere nella nostra lingua madre è un segnale estremamente positivo. Nessuna arcaicità o chiusura in tutto questo, bensì segnali di apertura, modernità e condivisione». Ma la svolta all'insegna della devolution avrà un costo, dal momento che la Regione ha deciso di ovviare ai problemi di comunicazione che inevitabilmente sorgeranno in consiglio attraverso l'assunzione di alcuni traduttori. Forza Italia ha protestato. «Abbiamo assistito alla riedizione, in chiave moderna, della famosa Torre di Babele» si è lamentato il consigliere regionale Piero Camber: «Chi volesse vedere ed ascoltare le sedute sul tanto pubblicizzato sito web tv della Regione non può più farlo perché non ci sono i sottotitoli e negli uffici consiglieri e dipendenti non sono più in grado di seguire i lavori, pur disponendo di un sistema audio collegato all'aula. Non parliamo tutti quattro lingue. Invece di abbattere i muri ne stiamo alzando di nuovi».
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 Il cannocchiale
Bruxelles dichiara guerra all'italiano
di Alessandro Caprettini
Di attacchi all'italiano a Bruxelles - e per fortuna si tratta della lingua, non di caccia all'uomo - già se ne sono visti tanti. Troppi, in realtà. L'ultimo, dei giorni scorsi, è di quelli meno appariscenti, ma con tutta probabilità dei più subdoli. Riguarda la decisione del Consiglio superiore delle Scuole europee, organismo che coordina didattica e attività degli istituti di istruzione sparsi nei diversi Paesi dell'Unione europea, di spostare la sezione italiana della scuola di Bruxelles dal centro all'estrema periferia della capitale belga. Va da sé che i figli dei tanti funzionari di Roma fin qui ospitati nella scuola di Woluwé Saint Lambert - nella cui zona abitavano proprio per risiedere accanto all'istituto - dovrebbero sobbarcarsi lunghi trasferimenti giornalieri in direzione di Laeken, per approfondire lingua e cultura del nostro Paese. O rassegnarsi a studiare solo inglese, francese e tedesco. Anche stavolta è partita la controffensiva: il vicepresidente Frattini ha scritto una lettera, garbata nei toni ma ferma nella sostanza, al commissario estone Siim Kallas e, per conoscenza, a Barroso. Facendo notare come l'ipotesi messa in pista contrasti apertamente con lo statuto dei dipendenti delle istituzioni comunitarie (che pone tra i suoi primi obiettivi "la conciliazione della vita privata e familiare con quella lavorativa"), con la direttiva sulla comunicazione di fine 2003 e con un recente piano per la mobilità dei funzionari. Si chiede insomma che Kallas - visto che la Commissione ha diritto di voto nel Consiglio superiore delle Scuole europee - espliciti un chiaro e netto "no" all'ipotesi. Ma la lettera di Frattini non è che l'ultimo tassello di una guerra linguistica che si sta facendo sempre più preoccupante in seno all'Ue. Il piano è chiarissimo: costruire di fatto un trilinguismo - inglese, francese, tedesco - a danno di tutti gli altri. Le prove di questo disegno non mancano: si va dall'annunciata riduzione dei traduttori di italiano (da 86 a 67, quest'anno) e spagnolo (da 101 a 67) ai bandi di concorso - come è accaduto per un posto di direttore generale dell'Olaf - nelle tre sole lingue maggiori. Dalla decisione di tradurre le conferenze dei commissari nelle tre citate lingue a quella di lasciare la stessa Commissione per mesi e mesi senza un portavoce italiano. E' una guerra sotterranea ma insidiosissima, in cui l'Italia ha trovato però un alleato in Zapatero. Il premier spagnolo, a metà dello scorso gennaio, ha infatti risposto affermativamente a una richiesta di intesa fattagli pervenire da Silvio Berlusconi per "agire con fermezza - come scrive il capo del governo di Madrid - per difendere lo "status" delle nostre lingue nell'Unione Europea". Zapatero fa sapere di aver già parlato con Barroso in materia e di aspettare ragguagli sulle reali intenzioni della commissione da parte di Jan Figel, lo slovacco che presiede alla pubblica istruzione nella Ue. "Se le notizie che riceveremo non saranno soddisfacenti - fa sapere Zapatero a Berlusconi - passeremo a un piano operativo. E credo sia opportuno a quel punto che i nostri servizi competenti si mettano in contatto per coordinare azioni congiunte". La volontà di resistere, insomma, c'è. Da verificare se alle parole seguiranno i fatti. Ma una cosa è già certa. Se l'italiano fosse cancellato, è meglio che da sinistra non tentino di incolpare Berlusconi. Il primo a sostenere il passaggio alle tre lingue, per "motivi finanziari e per ragioni di rapidità" - nonostante lettera e spirito dei trattati - fu infatti qualche anno fa il responsabile dei servizi linguistici Neil Kinnock a nome della Commissione europea. In cui lui era il vice di Romano Prodi. (Da Il Giornale, 13/2/2006).
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 Il cannocchiale
Bruxelles dichiara guerra all'italiano
di Alessandro Caprettini
Di attacchi all'italiano a Bruxelles - e per fortuna si tratta della lingua, non di caccia all'uomo - già se ne sono visti tanti. Troppi, in realtà. L'ultimo, dei giorni scorsi, è di quelli meno appariscenti, ma con tutta probabilità dei più subdoli. Riguarda la decisione del Consiglio superiore delle Scuole europee, organismo che coordina didattica e attività degli istituti di istruzione sparsi nei diversi Paesi dell'Unione europea, di spostare la sezione italiana della scuola di Bruxelles dal centro all'estrema periferia della capitale belga. Va da sé che i figli dei tanti funzionari di Roma fin qui ospitati nella scuola di Woluwé Saint Lambert - nella cui zona abitavano proprio per risiedere accanto all'istituto - dovrebbero sobbarcarsi lunghi trasferimenti giornalieri in direzione di Laeken, per approfondire lingua e cultura del nostro Paese. O rassegnarsi a studiare solo inglese, francese e tedesco. Anche stavolta è partita la controffensiva: il vicepresidente Frattini ha scritto una lettera, garbata nei toni ma ferma nella sostanza, al commissario estone Siim Kallas e, per conoscenza, a Barroso. Facendo notare come l'ipotesi messa in pista contrasti apertamente con lo statuto dei dipendenti delle istituzioni comunitarie (che pone tra i suoi primi obiettivi "la conciliazione della vita privata e familiare con quella lavorativa"), con la direttiva sulla comunicazione di fine 2003 e con un recente piano per la mobilità dei funzionari. Si chiede insomma che Kallas - visto che la Commissione ha diritto di voto nel Consiglio superiore delle Scuole europee - espliciti un chiaro e netto "no" all'ipotesi. Ma la lettera di Frattini non è che l'ultimo tassello di una guerra linguistica che si sta facendo sempre più preoccupante in seno all'Ue. Il piano è chiarissimo: costruire di fatto un trilinguismo - inglese, francese, tedesco - a danno di tutti gli altri. Le prove di questo disegno non mancano: si va dall'annunciata riduzione dei traduttori di italiano (da 86 a 67, quest'anno) e spagnolo (da 101 a 67) ai bandi di concorso - come è accaduto per un posto di direttore generale dell'Olaf - nelle tre sole lingue maggiori. Dalla decisione di tradurre le conferenze dei commissari nelle tre citate lingue a quella di lasciare la stessa Commissione per mesi e mesi senza un portavoce italiano. E' una guerra sotterranea ma insidiosissima, in cui l'Italia ha trovato però un alleato in Zapatero. Il premier spagnolo, a metà dello scorso gennaio, ha infatti risposto affermativamente a una richiesta di intesa fattagli pervenire da Silvio Berlusconi per "agire con fermezza - come scrive il capo del governo di Madrid - per difendere lo "status" delle nostre lingue nell'Unione Europea". Zapatero fa sapere di aver già parlato con Barroso in materia e di aspettare ragguagli sulle reali intenzioni della commissione da parte di Jan Figel, lo slovacco che presiede alla pubblica istruzione nella Ue. "Se le notizie che riceveremo non saranno soddisfacenti - fa sapere Zapatero a Berlusconi - passeremo a un piano operativo. E credo sia opportuno a quel punto che i nostri servizi competenti si mettano in contatto per coordinare azioni congiunte". La volontà di resistere, insomma, c'è. Da verificare se alle parole seguiranno i fatti. Ma una cosa è già certa. Se l'italiano fosse cancellato, è meglio che da sinistra non tentino di incolpare Berlusconi. Il primo a sostenere il passaggio alle tre lingue, per "motivi finanziari e per ragioni di rapidità" - nonostante lettera e spirito dei trattati - fu infatti qualche anno fa il responsabile dei servizi linguistici Neil Kinnock a nome della Commissione europea. In cui lui era il vice di Romano Prodi. (Da Il Giornale, 13/2/2006). Ma nel febbraio 2005 Berlusconi diceva:
Tutti sono d'accordo sulla necessità di difendere l'italiano, ma il premier Silvio Berlusconi invita a non esagerare. A Bruxelles - ha detto - si parla inglese, francese, tedesco, l'importante è che ci si capisca E' pretestuoso parlare di difesa dell'italiano, non vedo la necessità - ha aggiunto Berlusconi - quando si parla italiano ci sono le traduzioni. D'altra parte in Europa ci sono venti lingue e non si può fare la traduzione di tutto. Un conto è difendere l'italiano come lingua, ma qui mi sembra che siamo all'eccesso. (Da La Nazione, 21/2/2005).
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 Microsoft starebbe valutando la possibilità di sospendere le vendite di Windows in Sud-Corea. Alla base, naturalmente, non ci sono problemi tecnici o di sicurezza che riguarderebbero quel paese, ma un braccio di ferro tra le due istituzioni che si protrae ormai da più di un anno. Tutto ebbe inizio con un indagine dell'autorità anti-trust sud-coreana, la quale rilevò condizioni di effettiva posizione monopolistica nel campo degli istant messenger e dei media player. I due componenti, essendo inclusi nel sistema operativo Windows, godrebbero di maggiore visibilità rispetto ad altre alternative concorrenti, che invece è necessario scaricare. L'anti-trust sta quindi facendo pressioni affinché Microsoft tolga questi due componenti dal sistema. L'azienda di Redmond ha risposto che togliere istant messenger e media player dal sistema sarebbe una spesa troppo elevata per la sola sud-corea, essendo questi due componenti strettamente legati allo stesso Windows. Ha quindi minacciato lo stato asiatico di sospendere le vendite in quel territorio finché la vertenza non sarà tolta. La minaccia di Microsoft di privare la Sud-Corea di un sistema operativo utilizzato dal 90% della popolazione rappresenta una seria questione che il governo dovrà attentamente valutare. Microsoft, dalla sua, conta sulle sue enormi dimensioni, per cui può a buon rendere privarsi per un po' delle vendite in quel piccolo stato, finché le pressioni dell'anti-trust non saranno ritirate. Sarebbe anche plausibile, nonché desiderabile per certi versi, che la Sud-Corea decida di rispondere puntando sulle alternative di Microsoft, come Linux, Mac OS X o Solaris: un modo per riaffermare la sovranità di uno stato rispetto a un impresa privata straniera. Non è la prima volta che Microsoft viene condannata. L'Unione Europea ha recentemente multato il gigante di Redmod per 497 milioni di euro per pratiche lesive della concorrenza; inoltre ha imposto la realizzazione di una versione di Windows senza componenti aggiuntivi come il media player integrato. Attualmente Microsoft sta ricorrendo in appello per quanto riguarda la multa (i soldi sono comunque già stati depositati) e, in collaborazione con le autorità europee, decidendo in che modo realizzare la versione priva di Windows Media Player. Quest'ultima è stata oggetto di più di qualche contrasto, in quanto Microsoft ha proposto di venderla allo stesso prezzo della versione full, pratica che di fatto la screditerebbe irrimediabilmente di fronte ai consumatori. Per completare il quadro, è necessario aggiungere che la vertenza in Unione Europea è stata iniziata da un diretto concorrente di Microsoft nel campo dei media player, Real Networks. Le due società hanno recentemente stipulato un accordo extra-giudiziale che condanna l'azienda di Redmond a pagare oltre 700 milioni di dollari a Real per chiudere il caso in tribunale. In Unione Europea comunque, la giustizia continua.
Fonte: Java Open Business
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 Sergio Romano fa chiacchiere oggi sul corriere in risposta a una lettera di un lettore sull'abouso di parole inglesi. Parla di com'erano le cose 100 anni fa, si sofferma sull'intraducibilità della parola "bidet", conclude con una bella dose di cerchiobottismo. Romano dice tutto tranne che la verità: l'afflusso massiccio di parole da una lingua straniera altro non è che il riflesso di un'egemonia politica e culturale. Sono che non ne ricava le debite conclusioni...
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Lettere al Corriere: Sergio Romano
È proprio necessario usare tutte queste parole in inglese su ... È proprio necessario usare tutte queste parole in inglese su tutti i nostri giornali? In Inghilterra fanno altrettanto uso dei nostri vocaboli? Ho fatto questa considerazione perché ci sono tanti lettori che la pensano come me, perché tutto questo mi fa sentire più ignorante di quello che sono. Gradirei gentilmente una risposta. San Giuliano Milanese
Caro Folino, nel 1932 un quotidiano torinese, la Gazzetta del Popolo , cominciò a pubblicare una rubrica intitolata «Una parola al giorno» che si proponeva di «ripulire il linguaggio dagli esotismi». Il direttore del giornale era Ermanno Amicucci, un giornalista destinato a una tempestosa carriera: fu direttore del Corriere fra l'ottobre 1943 e l'aprile 1945, venne condannato a morte per collaborazionismo, poi a trent'anni e finalmente amnistiato grazie al decreto Togliatti del 1946. Il redattore della rubrica era Paolo Monelli, un giornalista-letterato di grande talento, autore di libri che ebbero un notevole successo fra cui «Scarpe al sole» sulla vita degli alpini durante la Grande guerra, «Roma 1943» sulla caduta del regime e una biografia aneddotica del capo del fascismo intitolata «Mussolini piccolo borghese». Lo conobbi nel 1949 a Vienna dove fu inviato da La Stampa per una serie di corrispondenze sull'unico Paese in cui i quattro vincitori della Seconda guerra mondiale sembravano avere trovato un modus vivendi e continuavano a perlustrare insieme, sulla stessa jeep, il centro della città. Era piccolo, piuttosto tozzo, ma vestiva elegantemente e ostentava un monocolo dietro il quale guardava il suo giovane interlocutore con ironica benevolenza. Ogni giorno, sulla Gazzetta del Popolo , Monelli sceglieva una parola straniera, ne ricercava l'origine, prendeva in giro quelli che se ne servivano e dimostrava che esisteva quasi sempre una parola italiana equivalente a cui era meglio ricorrere. Era inutile dire «abat-jour»; bastava paralume. Era inutile dire «affiche» o «placard»; bastavano manifesto, avviso, targa. Perché dire «apprendissaggio» (orrendo francesismo) quando noi avevamo tirocinio, noviziato? Perché dire «atelier» quando la parola giusta in italiano era, a seconda delle circostanze, studio o laboratorio? Perché dire «gaffe» quando un'azione goffa si chiama, soprattutto nell'Italia settentrionale, tópica? Per la verità anche Monelli, ogni tanto, si imbatteva in parole difficilmente traducibili. Quando dovette parlare del «bidet» spiegò che la parola significava, in origine, «piccolo cavallo da sella» e che Alfredo Panzini nel suo «Dizionario moderno» (un libro che occorrerebbe ristampare) lo aveva descritto come un cavalluccio che «non corre, benché posi su quattro piedi». Ma anziché suggerire una traduzione si limitò a osservare che l'oggetto stava «scomparendo con la maggiore diffusione del gabinetto da bagno e con la pratica quotidiana delle abluzioni e della doccia». Non è vero. Mentre la Gran Bretagna e gli Stati Uniti non l'hanno mai adottato, l'Europa continentale lo considera sempre utile. Dopo avere tenuto la rubrica per più di un anno, Monelli raccolse gli articoli in un volume, «Barbaro dominio», che apparve presso l'editore Hoepli nel 1933. Mise in epigrafe, per spiegare il titolo, una famosa frase di Machiavelli («A ognuno puzza questo barbaro dominio») e lo dedicò a Ermanno Amicucci scrivendo tra l'altro, a lode del giornale, queste parole: «La Gazzetta del Popolo ha mostrato che si può fare questa opera di pulizia senza pedanterie, senza vecchiumi, senza purismi, senza il terrore dei neologismi (...). Tale campagna è stata lodata per la chiarezza fascista che l'ha animata: più bella lode non le si poteva fare». Questa citazione spiega in parte, caro Folino, perché sia stato così difficile, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, fare il bucato della lingua italiana e ripulirla dalle molte parole straniere (un tempo prevalentemente francesi, oggi soprattutto inglesi), spesso inutili o superflue, che si sono introdotte nel nostro modo di parlare e di scrivere. Mentre i francesi dedicano a questo compito una seduta settimanale dell'Académie, noi abbiamo il timore di apparire troppo nazionalisti, troppo provinciali, se non addirittura un po' fascisti. Mario Folino
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 Alcune riflessioni sull'insegnamento della lingua straniera di Alba Sasso E' partita inesorabile e puntuale l'"operazione verità", concepita dal presidente del consiglio e dai suoi sodali per contrastare e smascherare quelle che sarebbero le menzogne di una sinistra con la vocazione al disfattismo e al pessimismo. Fra i tanti mirabolanti risultati attribuiti ai cinque anni di quello che viene definito "buon governo", ci sarebbe anche l'introduzione dello studio della lingua inglese nella scuola primaria (elementare e media). Ma è proprio così? O piuttosto l'operazione verità si avvale di cifre e di dati "truccati", con l'obiettivo di raccontare al paese una realtà inesistente? È fin troppo facile far rilevare che l'insegnamento della lingua inglese nella scuola elementare non è stato certo introdotto dalla legge 53. Il precedente ordinamento aveva infatti stabilito l'insegnamento obbligatorio di una lingua comunitaria a partire dalla seconda classe e per tre ore settimanali. Nel quinquennio della scuola elementare il monte ore complessivo ammontava così a 396 ore, alle quali potevano aggiungersene altre 99, risultanti da progetti mirati, dedicati al potenziamento dell'insegnamento linguistico sin dalla prima classe, e rivolti alle scuole che ne avessero fatto richiesta. Ma cosa avviene con il decreto di attuazione della legge 53 nella scuola primaria? Viene semplicemente confermato il precedente monte ore obbligatorio: il trucco è che lo si distribuisce in maniera diversa nei cinque anni di scuola, in modo tale da farlo apparire come un ampliamento, dato che l'inglese si insegna dalla prima (e non più dalla seconda). Un'illusione, insomma, un gioco di prestigio e nulla più. Per di più, il risultato paradossale di quello che viene millantato come un ampliamento è che le tante scuole che, con il precedente ordinamento, già avevano inserito l'insegnamento della seconda lingua sin dalla prima classe, si sono trovate comunque a dover ridurre l'offerta a seguito dei tagli dei fondi per i progetti mirati e dell'organico dei docenti di lingua inglese. E' vero, infatti, che le scuole hanno cercato di mantenere la precedente offerta di tre ore settimanali di insegnamento per tutte e cinque le classi. Ma con margini sempre più stretti a causa dei decreti sugli organici, che stabiliscono la costituzione di un posto di insegnamento della lingua ogni 6/7 classi, con almeno 18 ore di insegnamento. In tali condizioni non solo è difficile mantenere le tre ore di inglese per ogni classe, ma addirittura impossibile quando non si riesce a costituire un posto di lingua. E, infine, il fatto che l'insegnamento linguistico, attraverso la riduzione degli organici, venga sottratto alla competenza e alla professionalità del docente "specialista", per essere imposto a maestri che potranno insegnarlo dopo aver effettuato un breve corso, rischia di mettere in discussione la continuità e la sistematicità dell'insegnamento della lingua. In sostanza la sua qualità. Insomma, anche se fra i giganteschi tabelloni piazzati a ogni angolo delle nostre città e dai quali vengono lanciati slogan inneggianti all'ottimismo, ce n'è uno che magnifica la nuova scuola, "in salita" grazie a internet e inglese, la realtà è ben diversa. Realtà confermata anche da quanto sta avvenendo nella secondaria di primo grado. Prima del primo decreto attuativo della Legge 53, nella ex scuola media, la prima lingua straniera veniva insegnata per complessive 99 ore annuali, con una scansione settimanale di 3 ore. Stesso monte ore e stessa scansione venivano attribuiti alla seconda lingua straniera nel caso delle sezioni che sperimentavano il "bilinguismo". Ora il monte ore annuale complessivo, previsto per l'inglese e la seconda lingua comunitaria, è di 120 ore. Un ampliamento solo apparente, in virtù del fatto che il monte ore si riferisce all'insegnamento di entrambe le lingue. Un altro trucco, insomma. Per di più, il decreto legislativo, emanato dal Consiglio dei Ministri dello scorso 17 ottobre, offriva ai genitori dei ragazzi la facoltà di utilizzare per lo studio della sola lingua inglese l'intero monte ore previsto per le lingue straniere comunitarie. Di fatto si prospettava la scomparsa della seconda lingua comunitaria dalla scuola pubblica. Un provvedimento che rischiava di compromettere la formazione linguistica dei ragazzi, e di determinare un impoverimento culturale, facendo scomparire dall'insegnamento pubblico la ricchezza delle radici linguistiche europee. Per fortuna, a seguito delle numerose proteste, delle contestazioni e dei pareri contrari, il provvedimento ha subito una battuta d'arresto (anche se la questione è semplicemente rinviata di un anno). Sono questi i risultati di una grande innovazione, di una svolta preannunciata come epocale? Sono questi i dati che, nelle intenzioni di chi ha concepito l'"operazione verità", dovrebbero indurci a guardare con maggiore fiducia e rinnovato ottimismo alla nuova scuola? A riprova del "costo zero" dell'operazione riforma, basta leggere il 5° comma, punto 3.1 (orario di funzionamento -Art.10) della circolare n.29 /04 per rendersene conto; infatti essa recita: «...all'atto della determinazione dell'organico di diritto, si provvederà alla definizione delle cattedre e dei posti relativi ad una sola lingua straniera secondo le attuali consistenze orarie. In una fase successiva (cioè a scuola iniziata e se la sbrigheranno le scuole) sarà quantificato il fabbisogno legato allo studio della seconda lingua (...) tenendo conto, ovviamente, anche delle risorse esistenti per effetto di sperimentazioni già consolidate della seconda lingua (...)» In sostanza, è come mandare qualcuno a far la spesa e non dargli soldi e dire: " ...poi conteggiamo col droghiere, tanto avanzo soldi..." Bel modo di legiferare!
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 La cultura in Europa? Si fa, ma senza l'Italia
di Ivo Caizzi
Bruxelles organizza un incontro per parlare di "identità europea". Nessuno tra gli invitati è del nostro Paese
La Commissione europea del portoghese José Manuel Barroso scivola ancora una volta su un incidente con caratterizzazioni anti-italiane. Barroso e il commissario per la Cultura, lo slovacco Jan Figel, hanno convocato oggi a Bruxelles un vertice con "importanti figure culturali" di molti Paesi europei "per identificare le strade per promuovere la cultura e l'identità europea". I 18 scrittori, musicisti, professori e operatori culturali provengono da Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, Grecia e altri Paesi Ue. Ma Barroso e Figel non hanno inserito alcuna personalità italiana o delle istituzioni artistico-culturali dell'Italia: nazione che potrebbe essere criticata per il livello attuale in molti settori, ma che nel campo artistico-culturale dovrebbe ancora vantare un'indiscussa considerazione internazionale. Barroso e Figel intendono avviare uno scambio di idee con questi 18 invitati "per discutere il ruolo che la cultura può giocare nel processo di integrazione europea". La Commissione europea ha stanziato 35 milioni di euro all'anno per programmi culturali. "La cultura deve giocare un ruolo strategico nell'agenda dell'Europa - ha detto Barroso E' un fatto cruciale nel successo dell'integrazione europea ed è, al tempo stesso, inestricabilmente collegata al nostro senso d'identità". Il presidente della Commissione, passando dalle parole agli inviti, sembra però aver trascurato il senso dell'identità nazionale e le sue conseguenze politiche. Appena è emersa la lista dei 18 partecipanti sono arrivate dai Paesi esclusi richieste di spiegazione sui criteri di selezione. La Commissione si è trovata in imbarazzo. Il portavoce di Figuel, Frederich Vincent, ha attribuito gli inviti principalmente al gabinetto di Barroso. Ha aggiunto che qualche italiano era stato contattato e poi era risultato indisponibile, ma non ha saputo indicarne i nomi. In serata Vincent ha fatto sapere che l'incontro sarà comunque replicato aprendolo a esponenti dei Paesi oggi esclusi. Barroso, che è stato nominato a Bruxelles anche con l'appoggio del premier Silvio Berlusconi (entrambi aderiscono al Partito popolare europeo), ha già prodotto varie iniziative penalizzanti per l'Italia. Iniziò eliminando la lingua italiana in alcune conferenze stampa dei commissari per favorire l'arbitraria imposizione del trilinguismo (inglese, francese e tedesco). Nominò portavoce 6 francesi, 5 tedeschi, 5 britannici e nessun italiano. Gli annunci di ricerca di personale della Commissione sono stati diffusi solo in francese, inglese e tedesco perfino sui giornali italiani. Sono previsti tagli di numerosi traduttori italiani e la Commissione non appoggerebbe l'apertura di una nuova sezione in italiano nella Scuola europea. (Da Corriere della Sera, 12/1/2006).
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